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Ivan Goretti
GIOVEDI’ 20 AGOSTO 2020
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Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad un importante deprezzamento del dollaro.La divisa statunitense ha perso terreno nei confronti dell’euro ma anche nei confronti di altre valute.

Il motivo e’ sia di tipo tecnico (laddove per tecnico intendiamo aspetti di natura fondamentale) che legato al sentiment di mercato.

Il motivo tecnico si basa sul graduale assottigliamento del differenziale di tasso tra la curva in dollari e le altre curve dei paesi sviluppati. Tale minor gap di rendimento ha reso meno interessante la divisa statunitense, decretandone il deprezzamento.

Il motivo legato al sentiment di mercato, invece, vede il venir meno della necessita’ di acquistare dollari come divisa rifugio. Se a marzo tutti compravano USD come ancora di salvataggio in un periodo di crisi, i successivi interventi di governi e banche centrali per fronteggiare la crisi hanno fatto venire meno la necessita’ di comprare USD. In pratica il dollaro ha smesso di fungere da safe haven.

C’e’ poi un terzo motivo che pero’ e’ confinato al ratio euro-usd. L’euro e’ salito in questi mesi anche per prezzare un minore rischio politico in Europa. Il varo di un fondo Europeo da parte dei politici dell’area euro ha dato un messaggio di forte coesione politica (almeno nei momenti di profonda crisi in cui anche la Germania e la Francia si sono trovate in difficolta’).

A chi giova e chi penalizza il deprezzamento del dollaro?

A livello micro, i movimenti del dollaro coinvolgono il 40% delle aziende con sede al di fuori degli stati uniti. (Dati di Jefferies Financials).

A livello macro, e’ interessante discernere tra le nazioni o le asset class che beneficiano o risentono del deprezzamento del dollaro. Inoltre, l’analisi della volatilita’ del dollaro, cresciuta in modo sensibile negli ultimi mesi, rende indispensabile almeno considerare, se non coprire, il rischio cambio. Se fino a pochi mesi fa, esporsi in dollaro comportava limitati “currency risk” negli ultimi mesi il rischio currency e’ aumentato in modo consistente e questo non puo’ essere ignorato nel processo di asset allocation.

 

Ma passiamo al dunque: chi beneficia di un deprezzamento del dollaro?

 

In vetta alla lista le commodities. Il fatto che esse siano denominate in USD fa si che esse diventino piu’ cheap per chi le acquista con divisa straniera, aumentandone gli acquisti.

In seconda posizione ci sono i mercati emergenti. Il rischio finanziario di questi mercati e’ strettamente legato al rischio cambio. Esso si materializza nel c.d. “twin deficit” che riguarda l’esposizione di questi paesi con la bilancia commerciale e l’esposizione debitoria verso controparti terze attraverso l’emissione di bond denominati in dollari. Man mano che il dollaro si deprezza, il debito in dollari diventa meno oneroso sia per la parte di interessi che per la parte di capitale, il cui valore nominale tende a scendere una volta convertito in divisa locale.

L’analisi storica-statistica mostra chiaramente una correlazione inversa tra l’andamento dell’azionario dei paesi emergenti (in particolare di quelli dell’America Latina) e l’andamento delle rispettive currencies contro dollaro.

 A livello settoriale, invece, sono i titoli ciclici quelli che beneficiano maggiormente di un deprezzamento del dollaro.

In cima alla lista stilata da Jeffries, abbiamo il settore delle Basic Materials seguito da quello del real estate, dell’energy e dal settore software. I difensivi quali le utilities, il settore food and beverage ed il settore pharma sono meno impattati.

 

 

E poi… come se non bastassero le considerazioni fatte sul commento di preapertura di ieri, e’ il mercato azionario USA a beneficiare del deprezzamento del dollaro.

 

 

Un dollaro debole favorisce non solo le aziende esportatrici agevolandone la vendita di prodotti ma rende il mercato azionario USA piu’ “appealing” agli investitori esteri.

Insomma.. lo S&P500 vince sempre, anche quando il dollaro scende.

E invece quali asset class vengono penalizzate?

Sicuramente la borsa Giapponese non beneficia di un deprezzamento del dollaro. Il rafforzamento dello YEN rende meno competitivi all’estero i prodotti “made in Japan” con un effetto negativo sulle vendite di auto e prodotti tech.

In Europa e’ piu’ difficile trarre delle conclusioni dall’analisi della correlazione tra l’andamento del dollaro e quello degli indici di borsa. Tuttavia, possono essere fatte considerazioni di tipo micro. Ad esempio, durante i periodi di dollaro debole i titoli del settore mining della Russia e della Gran Bretagna tendono a sovraperformare cosi come tendono a fare meglio del mercato i titoli del settore Biotech in Danimarca mentre i food retailers dell’Olanda tendono a sottoperformare.

 

 

In sintesi, se nei prossimi mesi la volatilita’ del dollaro dovesse aumentare, le osservazioni fatte sopra potrebbero essere un’utile guida per orientarsi sulle scelte di tipo macro e di tipo micro.

 

 

 

   

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Ivan Goretti
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