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Ivan Goretti
Martedì 23 giugno 2015
Grexit, è un bene o un male?
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Grexit, è un bene o un male?

“L’espulsione della Grecia dall’euro fa volare le Borse, spread in picchiata”.
Un titolone così, tra qualche settimana sotto l’ombrellone, farebbe pensare a uno scherzo. O forse no?
Sono cinque anni che la Grecia blocca l’Europa come un tappo di cemento. Catalizza tutta l’attenzione di opinione pubblica, investitori e tiene governi e autorità impegnati a tempo pieno in interminabili negoziati che non risolvono niente.

Intanto l’agenda europea resta ferma e il piano Juncker per il rilancio degli investimenti è sparito dai radar.
Le uniche distrazioni sono Ucraina e migranti, anche questi problemi importanti ma non tanto quanto il problema dei problemi, far ripartire una crescita economia duratura e sostenibile.
Da quando Syriza ha vinto le elezioni lo scorso gennaio, la Grecia ha monopolizzato tutta l’attenzione e tutte le energie, e ha anche offerto un comodo alibi ai governanti europei degli altri paesi che hanno la scusa per parlare d’altro e non affrontare seriamente le riforme che il governatore della BCE Mario Draghi non si stanca di chiedere.
Il Quantitative Easing non può sostituirsi alle riforme – mercato del lavoro, fisco, stato sociale – può solo arginare l’emergenza in attesa che arrivino.

È sempre più chiaro che si tratta di un bluff, ma nessuno va a vederlo. Forse alla fine toccherà proprio a Draghi farlo. Perché è un bluff? Per capirlo basta passare brevemente in rassegna com’erano le cose quando è iniziata la crisi greca e come sono oggi. Il punto di riferimento può essere il 2010, o forse meglio il 2012, quando Draghi lanciò il suo “wathever it takes” per salvare l’euro.

Cominciamo dal debito. Cinque anni fa l’85% di quello greco era in mano a investitori privati, oggi è per oltre l’80% in mano a governi e altre istituzioni, come il FMI e la BCE. Non solo, è anche spalmato su 46 miliardi di dollari (circa) dovuti dalla Grecia alle banche estere a fine 2014 non si rileva una concentrazione su singoli istituti che potrebbe far partire effetti a catena.
Poi c’è la parte più grossa del bluff, l’effetto domino. Era forse vero tre anni fa quando Draghi lanciò il suo avvertimento. Oggi i tassi pagati dai paesi della periferia come Italia, Francia e Portogallo raccontano una storia diversa. Anche perché, a differenza dei greci, hanno ingoiato la loro dose di disciplina fiscale e i mercati hanno apprezzato. La Spagna si indebita (a 10 anni) più o meno allo stesso costo della Gran Bretagna, c’è l’ombrello da 1,3 trilioni del QE di Draghi e non c’è Grexit che lo possa scalfire, a cui si aggiunge il fondo salva stati che, quando è iniziata la tragedia greca, non esisteva.
E infine, proprio grazie a Draghi e al petrolio meno caro, l’economia europea cresce, anche se non corre. La situazione è fotografata, anche se con un po’ di volatilità, dall’andamento dei mercati azionari e obbligazionari.
Sembra che più della Grexit temano la continuazione infinita delle trattative che paralizzano l’Europa.

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Ivan Goretti
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