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Ivan Goretti
Martedì 07 Febbraio 2017
€UROPA A DUE VELOCITA’?
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€UROPA A DUE VELOCITA’?

L’Europa a due velocità è una vecchia idea che risale ai primi anni Ottanta quando era la Francia di Mitterrand ad avere il bastone del comando e di Germania ce n’erano ancora due. L’aspirazione del presidente francese era quella di far rivivere, 1200 anni dopo, l’impero franco tedesco di Carlo Magno. Con l’unificazione della Germania e l’arrivo dell’euro, le due velocità sono diventate il sogno tedesco, coltivato soprattutto dal Wolfgang Schaeuble, oggi Ministro delle Finanze di Angela Merkel, allora consigliere e delfino del cancelliere Kohl. L’idea era di riguadagnare la centralità del marco, diluita dalla moneta unica (il trattato di Maastricht è del 1992, quando Kohl era appena a metà del suo cancellierato), dando vita a un’Unione con un cuore tedesco-francese e una periferia con livelli di coesione meno forti. Più recentemente ci hanno provato Sarkozy e perfino nel 2015 David Cameron, che aveva già chiamato il referendum sulla Brexit e sperava che le due velocità potessero essere una scorciatoia per restare in Europa ma con meno vincoli….

E adesso? Arriva la Merkel. La sua visione ha un respiro diverso rispetto a quella di Mitterrand: non vuole rifare il Sacro Romano Impero ma solo vincere le elezioni a settembre. Prendere le distanze dai partner meno allineati dal punto di vista economico e finanziario può avere attrazione per gli elettori tedeschi impauriti dal ritorno dell’inflazione e dei tassi sottozero di Mario Draghi. L’italiano Gentiloni si è subito allineato, non si capisce però se vuole un posto nel convoglio di testa o preferisce un vagone di coda. Può darsi che, come Cameron due anni fa, veda l’occasione per guadagnare qualche margine di manovra rispetto alla camicia di forza europea. Ma ha un problema che l’inglese non aveva, e che poi paradossalmente ha consentito la vittoria della Brexit. L’euro. In questo febbraio del 2017 l’Italia si trova in una strana situazione, sta uscendo da un tunnel ma rischia di entrare in un altro.  

Il tunnel da cui sta uscendo sono le banche e i loro problemi. MPS è sterilizzato e ormai quasi in sicurezza. Le banche salvate sono finalmente approdate nel porto di Ubi. Unicredit comincia oggi il suo maxi-aumento di capitale sotto buoni auspici. Le grandi popolari del Lombardo-Veneto stanno trovando la loro via d’uscita sia pure a velocità anche qui diverse. E Intesa si sente abbastanza forte da lanciare, con la minacciata mossa su Generali, uno shot across the bow, un colpo di avvertimento ai colossi francesi e tedeschi per far sapere che la finanza italiana è presidiata. E infine è arrivata anche l’Eba di Andrea Enria con la sua proposta di una Bad Bank europea a dare una mano (un quarto dei NPL del continente sono in Italia). Rischia però di rientrare in un altro ben noto tunnel che si chiama debito sovrano. Le luci rosse dello spread che si avvicina pericolosamente a 200 si sono già accese. Succede che l’inflazione europea rialza la testa, se mantiene il ritmo degli ultimi due mesi, siamo al target di appena sotto il 2% fissato dalla BCE. E quindi i nemici del QE – a cominciare da Schaeuble e dalla Bundesbank – hanno un argomento molto forte per chiedere a Draghi di accelerare il tapering europeo. Ma d’inflazione, così come di crescita, in Italia si vedono poche tracce. Se la BCE dovesse chiudere il paracadute, il mercato chiederebbe un premio di rendimento sempre più elevato a un paese che ha un debito che cresce più velocemente del PIL. Una tentazione ghiotta per la speculazione.  

Nei prossimi mesi si gioca una partita a due: da un lato del tavolo Angela Merkel, dall’altro Mario Draghi. I due si incontrano a fine mese. Finora Draghi ha tirato diritto, fregandosene altamente di avere all’opposizione nel Board della BCE il suo principale azionista, vale a dire la Bundesbank. A suo favore giocano le variabili esterne, prima tra tutte le presidenziali francesi di maggio, con una Marine Le Pen che questa volta ha davanti una sfida difficile ma non impossibile: superare non solo il primo turno ma anche il ballottaggio. L’altra variabile sta alla Casa Bianca e si chiama Donald Trump. A Trump non piace un dollaro troppo forte, e infatti il biglietto verde viaggia attorno a 1,08 su euro nonostante la Fed abbia in cantiere tre rialzi dei tassi nel 2017. Se dovesse partire un tapering – vale a dire una graduale ritirata dal QE – anticipato in Europa, l’euro non potrebbe che rafforzarsi, frenando la ripresa economica in Europa. E a farne le spese sarebbe per prima l’Italia, dove la ripresina è particolarmente vulnerabile. E qui torniamo alle due velocità. Forse si può fare in materia di migranti e libertà di movimento, ma in campo monetario sembra proprio impossibile, almeno con i trattati in questo momento in vigore.

Siamo ancora una volta nelle mani di SuperMario Draghi. Questa volta però deve stare attentissimo a non dare l’impressione di giocare una partita italiana e non europea. Sul fronte opposto il duo Schaeuble-Merkel: sono disposti a rischiare di far saltare l’euro per vincere le elezioni a settembre? Magari con l’effetto collaterale di spianare la strada dell’Eliseo a Marine Le Pen a maggio? Perché è chiaro chi sarebbe avvantaggiato se in Francia si andasse a votare nel mezzo di una nuova crisi del debito europeo. L’altro alleato sono i mercati. L’anno scorso, il 2016 delle pazzie politiche e delle catastrofi annunciate ma non accadute, sono stati i grandi stabilizzatori del pianeta, cogliendo in ogni crisi l’opportunità e non la negatività.

 

 

    

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