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Ivan Goretti
Lunedì 08 Dicembre 2014
BANCA CENTRALE EUROPEA: INFLAZIONE E DEFLAZIONE
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BANCA CENTRALE EUROPEA: INFLAZIONE E DEFLAZIONE

L’indipendenza della banca centrale è un grande tema delle economie di mercato. Sembra una cosa da convegni e seminari, ma in queste settimane stiamo toccando con mano, in Europa, che si tratta di una cosa dalle implicazioni molto, ma molto concrete. Deflazione è il nome del gioco, e non solo in Europa. La deflazione è una bruttissima bestia, molto peggio dell’inflazione. L’inflazione è un virus di cui si conosce la medicina. Si chiama alti tassi di interesse. Il bello di questa medicina è che non ci sono limiti alle dosi che si possono somministrare all’economia.

Non c’è un tetto al rialzo dei tassi da parte delle banche centrali: si alzano e basta, finchè il malato non guarisce (chiedere a Paul Volcker, il leggendario capo della Fed che traghettò l’economia americana dalla stagflazione di Carter agli anni d’oro di Reagan). Per avere le mani libere nella sua lotta contro l’inflazione la banca centrale deve essere indipendente. Non ci devono essere politici in grado di tirarla per la giacchetta. I tassi alti fanno male e, almeno all’inizio della cura, non portano voti, anzi li fanno perdere. Per questo l’indipendenza di chi ha il potere di alzarli deve essere difesa dalla legge, anzi sarebbe ancora meglio se fosse scritta nella Costituzione.

Con la deflazione la storia è completamente diversa. È una malattia che si conosce meno e non ci sono medicine collaudate. Se la gente rinvia di mese in mese l’acquisto di qualcosa, da un’auto, a una casa, a un viaggio, perché pensa che il mese dopo costerà di meno, non è facile fargli cambiare idea. In Giappone ci stanno provando da un quarto di secolo, con scarsi risultati. Anche Abe nei giorni scorsi è inciampato in un aumento dell’IVA al momento sbagliato e rischia di rovinare il lavoro di due anni.

Contro la deflazione i tassi non servono, più che andare a zero non possono. Però la banca centrale può fare qualcos’altro, ad esempio (vedi Bernanke) comprare titoli di Stato sul mercato inondandolo di dollari. E dicendo allo stesso tempo che la bonanza non durerà per sempre, ma sarà a tempo. In questo modo le imprese sono spinte a investire ora e non rimandare a domani, perché potrebbe essere più costoso. Lo stesso vale per i privati: oggi il mutuo (o il finanziamento per l’auto) me lo tirano dietro, domani chissà, meglio sbrigarsi.

Per fare queste cose la banca centrale deve essere ancora più indipendente di quando deve alzare i tassi. Denunciare chi “butta dalla finestra i soldi” e carica di debito le generazioni future può essere molto redditizio dal punto di vista elettorale. In Europa la deflazione bussa alla porta. Lo sta dicendo con allarmata insistenza da qualche settimana Mario Draghi. Gli esempi di USA e Giappone mostrano che è molto più facile batterla con la prevenzione (Bernanke lo stampatore) che con la cura (Abenomics). Quindi Draghi non deve aspettare che arrivi, deve muoversi prima. Ma per farlo, e qui torniamo al punto, deve essere indipendente.

Che differenza c’è tra i politici degli anni ’70 che cercavano di impedire alle banche centrali di alzare i tassi per contrastare l’inflazione per puro calcolo elettorale e i politici del Nord Europa che cercano di impedire alla banca centrale di uccidere sul nascere la deflazione, anche in questo caso per puro calcolo elettorale? Giocare a fare la maestrina che bacchetta gli spendaccioni del Sud sicuramente ha portato e porta consenso alla Merkel. Ma questa volta l’indipendenza di Draghi è la cosa più importante. Se la sacrifichiamo guardando ai sondaggi sono guai per tutti. Probabilmente a cominciare proprio dalla Merkel.

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Ivan Goretti
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